Un viaggio creativo nato dal dialogo tra progettisti e cliente.
Villa Accursio, edificio ottocentesco di gusto rinascimentale, sorge all’interno di una grande proprietà tra le colline fiorentine di Impruneta, accanto alla casa natale di Francesco Accursio (1184-1263), giurista che qui visse con la sua famiglia nel XII secolo. Questo nucleo più antico, appartenuto alla famiglia Accursio, è attualmente in fase di restauro e ristrutturazione con l’intento di valorizzare e preservare tutto ciò che rimane delle antiche vestigia dell’abitazione medievale. Il progetto entra qui in contatto con la parte più profonda dell’edificio, riportando alla luce corti e volte a crociera murate negli anni e restituendo continuità ad una struttura rimasta sospesa per secoli. La Villa padronale si pone quindi in relazione diretta con questa presenza più antica, stabilendo una connessione fisica e simbolica tra epoche diverse.
Centro e motore di tutto il progetto è una famiglia cosmopolita che, dopo aver vissuto a lungo in diversi contesti internazionali, ha scelto di ristabilire un legame con i luoghi della propria storia. Una famiglia capace di portare dentro questa casa un’energia fatta di colore e relazione: il passaggio si riflette in un modo di abitare attento, in cui esperienze lontane trovano una nuova collocazione all’interno di uno spazio stabile. Al momento dell’acquisto, gli ambienti erano segnati da un allestimento neogotico, con armature, scudi e richiami araldici estranei all’identità della nuova famiglia. La loro rimozione ha inoltre permesso di ristabilire chiarezza e coerenza all’edificio, lasciando emergere la qualità delle proporzioni e la logica degli spazi.
In questo contesto, l’architettura assume una posizione di equilibrio e accompagna la vita quotidiana con interventi mirati, che si inseriscono con naturalezza nella struttura esistente. Gli ambienti conservano la propria stabilità e accolgono gli elementi contemporanei come presenze coerenti, capaci di stabilire un dialogo naturale con ciò che li circonda.
Il colore e la materia diventano strumenti di connessione, rendendo percepibile un’armonia costruita nel tempo. Un tappeto in seta, utilizzato come arazzo, occupa una delle pareti principali e introduce una memoria legata ai tessuti africani custoditi dalla famiglia.
Realizzato da Illulian, azienda milanese che produce i propri manufatti in Nepal, questo nuovo elemento inserito nell’austerità della scala in pietra serena, introduce alla zona privata delle camere offrendo una sensazione di morbidezza e calore a chi percorre la scala.
La geometria dell’arazzo, che sembra vibrare al passaggio morbido della luce, ha ispirato l’inserimento di due vasi in ceramica dell’artista spagnola Nuria Mora collocate su due consolle ottocentesche in legno dorato e marmo. L’opera di Nuria si inserisce con grazia dirompente nel contesto architettonico e conferma il lungo percorso di ricerca dell’artista sulle stratificazioni storiche. Gli oggetti scultorei sono per Nuria un’interpretazione degli ordini architettonici classici, che diventano a loro volta presenza viva.
‘Lo spazio cromatico si alimenta di enfasi al limite dello spirituale per il trattamento della materia che viene manipolata, trasformata, ‘cotta’ e resa viva dalle forme composte dall’artista.’
Allontanarsi dalla Linea Gialla, Spazio C21, Reggio Emilia, 2024
L’opera di Nuria Mora è presente anche al piano terra, dove si trovano due bellissime tele colorate in acrilico e sabbia accolte nel salotto formale con il grande camino in pietra. Come due pilastri di materia e colore, le due opere sono collocate ai lati dell’ingresso alla sala e fanno da quinta materica alla prospettiva dei salotti in successione. Le opere introducono una materia vibrante, capace di assorbire e riflettere la luce, contribuendo a creare una relazione visiva tra le superfici e a definire il carattere degli ambienti.
Sempre al piano terra, grandi lampadari provenienti da Murano attraversano gli spazi con naturalezza, portando con sé la continuità di una tradizione artigianale profondamente radicata nel territorio e stabilendo un legame diretto tra dimensione storica e contemporanea.
All’artista fiorentino Guido Cozzi è affidata un’opera fotografica site-specific, sviluppata a partire da un’osservazione diretta dell’architettura. Il fotografo ha trascorso una giornata nella villa scattando foto di alcuni dettagli – la scala, una vetrata, il giardino – per poi moltiplicarli e trasformarli in composizioni che definisce ‘caleidoscopi’. Le immagini ritornano quindi nello spazio come nuove presenze, accompagnando il percorso verticale e offrendo una lettura più profonda dell’abitare.
Accanto alle opere contemporanee si collocano oggetti africani antichi e vari manufatti appartenenti alla famiglia, tra cui una grande scultura votiva lignea a forma di uccello, alta oltre due metri. La sua presenza introduce un varco spazio-temporale della memoria della famiglia all’interno di un ambiente quotidiano, contribuendo a collegare esperienza personale e dimensione architettonica.
Il racconto della casa coincide con quello di chi la abita, le esperienze maturate in contesti internazionali hanno formato uno sguardo attento al valore dei materiali, del lavoro artigianale e del rapporto tra oggetti e architettura. Questo atteggiamento si traduce in scelte precise, dove ogni presenza trova la propria ragione all’interno di un insieme coerente. L’intervento si definisce come una successione di azioni puntuali e una relazione costante tra architettura, opere e vita quotidiana, dando forma a un insieme in cui passato e presente continuano a convivere in equilibrio.